Nel settembre 1950, un noto fisico italiano reduce da una vacanza nel suo paese si imbarcò con la famiglia a Roma in un volo diretto a Stoccolma, proseguendo poi per Helsinki. Ciò che accadde dopo è immerso in un'opaca nube di mistero, che «fece tremare Scotland Yard, creò scompiglio negli uffici dell'FBI, diede grattacapi ai governatori e ai diplomatici delle ambasciate a Washington», come scrive Giuseppe Mussardo nelle prime pagine di questo libro. Quello scienziato era infatti Bruno Pontecorvo, uno dei più autorevoli fisici della sua generazione, incluso nell'immortale gruppo romano dei «ragazzi di via Panisperna» guidato da Enrico Fermi, autori di scoperte rivoluzionarie agli albori della fisica nucleare e subnucleare.
Ma Pontecorvo era anche un uomo interessato alla politica, con forti simpatie comuniste e sospettato di aver agito come spia dell'Unione Sovietica negli Stati Uniti e in Inghilterra, dove aveva lavorato nell'immediato dopoguerra. La coltre di fumo intorno alla sua misteriosa fuga si sarebbe (in parte) diradata solo cinque anni dopo, nel 1955, quando in un'intervista sulla «Pravda» annunciò di trovarsi a Dubna, in Unione Sovietica, rivendicando la scelta dell'asilo politico.
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